Confinati in casa nell’epoca dei saperi mobili

Il volumetto sulla cultura orizzontale, scritto da Giorgio Zanchini e da me per Laterza, è arrivato il libreria il 20 febbraio, immediatamente prima che l’emergenza Coronavirus sconvolgesse le nostre abitudini di vita. In quelle pagine, provando a descrivere le pratiche culturali all’epoca della rete, dedicavamo ampio spazio agli effetti della connessione in mobilità, che non ammette confini e che ci segue ovunque, che entra nell’aria che respiriamo, che ci affranca da ogni vincolo e condizionamento spaziale, e che modifica anche la percezione dell’importanza dei tradizionali luoghi della cultura. Insomma, scrivevamo del “sapere mobile” come di una delle principali caratteristiche della nostra epoca e segnalavamo anche il rapporto dialettico con le tradizionali forme di trasmissione culturale, fondate sulla complessità, sulle competenze e sul rapporto di tipo verticale che si instaurava in passato tra chi produceva cultura e chi si accostava ad essa.

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I giovani “disconnessi” e il diritto allo studio

Alle riflessioni già sviluppate nei giorni scorsi su questo blog a proposito della dotazione tecnologica presente nelle case degli italiani, va necessariamente aggiunta una considerazione relativa alla scuola. Di fronte al prolungarsi della chiusura degli istituti scolastici e alla previsione che di fatto quest’anno di studio sarà portato a termine attraverso didattica a distanza ed esami online, non si può non constatare come questa situazione rischi di creare ulteriori disparità.

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Le infrastrutture tecnologiche nelle nostre abitazioni

Un bell’articolo di Riccardo Luna pubblicato su “la Repubblica” riconosce agli insegnanti — ad alcuni insegnanti, direi io — il merito di essersi impegnati in queste settimane di chiusura delle scuola a non far mancare agli studenti il loro insegnamento. Ammirevole anche lo sforzo del servizio pubblico radiotelevisivo. La scuola e l’università italiane erano assolutamente impreparate a fronteggiare una situazione così inedita e imprevedibile, e su questo aspetto bisognerà tornare non appena la fase d’emergenza sarà alle nostre spalle (non senza aver preso atto, però, di quanto sia evidente in questa giorni che una didattica interattiva in aula è insostituibile), ma qui desidero riprendere una considerazione che Luna propone nel suo articolo: «Se consideriamo le famiglie con almeno un minore, tre su quattro non hanno un computer fisso; solo una su due ha un computer portatile; solo una su tre ha un tablet. Insomma ogni giorno in milioni di case si pone il dilemma: se hai due o più figli, a chi spetta il computer per la scuola online? E se nel frattempo i genitori sono in smart working, come ci si divide il pc di famiglia?».

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